Diario

Struzzi non si nasce, si diventa

Voglio diventare uno struzzo.

Ci ho pensato e ripensato per giorni e sono giunta a questa conclusione. Anzi, vi dirò di più, forse tutti quanti dovremmo diventare degli struzzi.

Non provate a dirmi che non vi piacerebbe avere delle gambe muscolosissime che vi permettono di raggiungere i 70 km/h. Vi immaginate quanto tempo risparmieremmo quando andiamo al supermercato? Già mi vedo sfrecciare tra gli scaffali facendo razzie e lasciando alle mie spalle soltanto una scia di piume per arrivare prima al banco degli assaggi del sushi e accaparrarmi i migliori uramaki

Già. Gli assaggini di sushi, un’altra grave perdita di questo periodo post quarantena. Questo è già più che sufficiente per farci capire che le cose non sono affatto tornate alla normalità. Forse dovremmo utilizzare proprio questo come metro di misura della gravità della situazione: quando andremo al supermercato e troveremo di nuovo il tavolino degli assaggi sapremo che è tutto a posto. Fino ad allora, però, saremo costretti a uscire di casa e ritrovarci in una specie di Mar Rosso urbano in cui un immaginario Mosè di città, con tanto di mocassini e smartphone alla mano, ha separato la popolazione, ora ben distribuita ai lati della strada, in due: da una parte, gli ansiosi, quelli che terrebbero la mascherina anche per dormire; dall’altra, gli incoscienti, quelli che per dimostrare di avere ragione leccherebbero anche i marciapiedi di periferia. 

Avete mai sentito parlare di aurea mediocritas? Un certo signore di nome Orazio parlava proprio di questa dorata via di mezzo a cui dovremmo rifarci tutti quanti, soprattutto in un periodo particolare come questo. Abbiamo un disperato bisogno di cose belle, di distrarci e di rilassarci. Dobbiamo ricaricare le energie e non lo possiamo fare se veniamo continuamente bombardati di notizie contrastanti. Ormai le parole virus, lockdown, quarantena, contagi sono diventati il leitmotiv delle nostre giornate e, nonostante i nostri sforzi per tornare alle normali attività, sono proprio loro a buttarci giù e a toglierci le energie necessarie a ricominciare. Non possiamo passare una giornata al lago, al fiume, al mare o nel giardino di casa nostra cogli amici a divertirci, cercando di rispettare le nuove regole e illudendoci di poter vivere bene anche così, ritrovando il buonumore, ricominciando a pensare positivo e poi rientrare a casa e sentire al tg che presto ci sarà una nuova ondata. Non possiamo farlo. E non dobbiamo farlo.

Quello che dobbiamo fare è cercare di allontanarci il più possibile da tutto l’inutile allarmismo che ci ha perseguitati nei mesi precedenti. Abbiamo bisogno di staccare la spina, di ritrovare quelle sensazioni di gioia, di serenità e di pace che solo l’estate riesce a dare nelle sue sere migliori, quando l’aria è fresca dopo una giornata di sole e noi ce ne stiamo all’aperto con le persone a cui vogliamo bene chiacchierando del più e del meno, notando la bruciatura sulle spalle di chi ci sta accanto e urlando al miracolo quando il gelato che avevamo messo a scongelare sul tavolo non si è sciolto anche dopo essere rimasto fuori dal freezer per quaranta minuti

Io rivoglio l’estate. 

Non l’estate incosciente di quando hai diciassette anni, sei in vacanza con il tuo ragazzo e ti sporgi dalla finestra all’undicesimo piano di un condominio alle quattro del mattino cantando a perdifiato le Spice Girls dopo un paio di Cuba Libre di troppo. No. Non posso e lo accetto. 

Io rivoglio almeno la mia estate di quando ero bimba, quando la mamma mi proibiva di fare il bagno prima che fossero passate tre ore dai pasti, quando avevo delle regole da rispettare, regole che spesso non capivo, ma che non mi impedivano di godermi le vacanze. Rivoglio le serate in giardino con la nonna che mangia un ghiacciolo al limone mentre io tiro la palla contro il muro di casa perché devo imparare a fare il bagher e, quando inizio ad essere troppo stanca per continuare, mi siedo sulle sue ginocchia e mi faccio raccontare della sua amica Carla che ha finalmente trovato il copridivano a fiori che stava cercando. Rivoglio le serate in cucina con i miei genitori a guardare i film di “alta tensione” su Canale 5 con la finestra spalancata alle spalle e il rumore degli irrigatori del vicino; rivoglio i compiti delle vacanze, quelli degli eserciziari brutti, che mi faceva fare la mamma al pomeriggio in giardino; rivoglio le notti insonni perché il giorno dopo si parte per il mare e io sono troppo agitata perché non so se ho scelto i giocattoli giusti da portare via; rivoglio le cartoline da scrivere agli zii e alle amiche sui tavolini del bar della spiaggia; rivoglio le punture di zanzara sulle gambe, i pantaloncini di Barbie e la sabbia nei sandali nuovi.

Oppure solo la sabbia. Mi va bene anche quella. Un bel cumulo di sabbia sotto cui mettere la testa ed evitare tutto quello che potrebbe farmi del male almeno per un po’, proprio come fanno gli struzzi, che se ne stanno immobili con la testa sotterrata nel tentativo di passare per esseri inanimati e ingannare i predatori. Ma badate bene: si tratta di fingersi sassi, non di essere sassi per davvero. E se non siete d’accordo, fate pure, come si dice: chi è senza peccato scagli la prima pietra!

Diario

Near, far, wherever you are

Oggi sono uscita e, mentre me ne stavo in riva al fiume sotto il sole, con le gambe incrociate e gli occhi socchiusi nel tentativo di non brasarmi le retine, mi sono ricordata di quei giochi che si compravano d’estate, di solito al mare, da qualche venditore ambulante lungo la strada. Ve li ricordate quei sacchettini di gomma colorata ripieni di farina con due occhi adesivi per niente adesivi e un ciuffetto di capelli di lana? Quelli che potevi modellare come volevi, ma che se ti azzardavi a farlo per davvero ti esplodevano in mano causando l’ira di chiunque ti stesse accanto?

Ecco. Stavo pensando che in questo periodo, in questa fase post quarantena, siamo un po’ come quei sacchettini di gomma. 

C’è chi dice che siamo cambiati, che adesso siamo più vicini di prima; c’è chi dice che siamo cambiati, che adesso siamo più distanti di prima.

È vero, forse siamo più vicini. Quando usciamo ci guardiamo in faccia, ma per davvero adesso, forse per vedere chi ha la mascherina più alla moda, o forse perché gli occhi sono l’unica parte visibile del nostro volto per buona parte del tempo. Eppure quelli che vedo io sono sguardi arcigni, indagatori, ansiosi, spesso giudicanti. Ci guardiamo di più, ma ci guardiamo male.

È vero, forse siamo più distanti. Quando andiamo a cena fuori vediamo tavoli distanziati, piccole isole in un mare di piastrelle, entriamo uno alla volta e, se siamo fortunati, ci ritroviamo coinvolti in un romantico tête-à-tête col plexiglass su cui disegnare cuoricini come sui finestrini appannati della macchina. Eppure, mentre aspettiamo fuori il nostro turno, stiamo tutti appiccicati in fila e conversiamo con persone che un tempo non avremmo degnato di uno sguardo nel tentativo di condividere le gioie e i dolori di questa nuova realtà. 

Conosciamo l’interno delle nostre abitazioni grazie agli innumerevoli video, dirette e foto dei mesi precedenti; scopriamo che il nostro vicino non è lo zozzone che credevamo e che, invece, il nostro capo tiene la lettiera del gatto in camera da letto. Ma allo stesso tempo non ci abbracciamo più, non ci baciamo, non ci stringiamo nemmeno la mano.

Andiamo al parco cogli amici e siamo costretti a mantenere le distanze, ma veniamo a conoscenza dei più intimi segreti di chi, urlando, cerca di farsi sentire dal proprio interlocutore. Adesso so che Viviana non ha risolto il problema dei peli incarniti con il laser, che la focaccia di Marco non è lievitata come avrebbe dovuto e che domenica prossima Lucia e Daniele proveranno una nuova posizione per favorire il concepimento di un maschio. Credetemi, vivevo bene anche prima

Facciamo mostra di avere un sincero interesse verso il prossimo, ma sotto sotto stiamo tutti facendo solo il nostro interesse: chi rispettando, chi trasgredendo le regole. Portiamo tutti una maschera, anzi, una mascherina. Sì Luigi, sì signor Pirandello, hai il permesso di rivoltarti nella tomba. Due giri a destra e quattro a sinistra dovrebbero bastare.

Siamo diversi, eppure sempre gli stessi, siamo come quei sacchettini di gomma: cambiamo forma, cambiamo aspetto, ma dentro abbiamo la solita farina di sempre. 

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Giro girotondo, cacca il mondo

Comincio a pensare che in quella lontana sera d’estate, quando ho ripetuto e storpiato senza sosta la famosa canzoncina per bambini instillando nella mia già troppo apprensiva madre l’atroce dubbio di una dislessia tardiva in sua figlia, non mi stessi solamente dilettando in un innocente gioco tritura-timpani, ma che stessi per profetizzare quello che avrei detto un bel giorno di maggio, diversi anni dopo, aprendo la porta di casa per andare a godermi un po’ di sana vita sociale: che mondo di merda! 

Eh sì. Siamo in piena fase 2 e già non sappiamo che farcene delle parziali riaperture dei locali e delle chilometriche file per comprare due librerie Billy e un pacco di tovaglioli all’Ikea. 

Lungi da me dire cosa sia giusto e cosa no, ma concedetemi un piccolo sfogo personale. 

É come se all’improvviso fossi tornata bambina.  

Esco di casa per una passeggiata all’aria aperta, parto con le mie scarpe da ginnastica colorate e il mio zainetto pieno di caramelle, acqua, due o tre felpe e una sciarpa (perché la mamma ci ha insegnato che se sudi e prendi freddo, ti ammali) e vedo attorno a me persone che non conosco. Alcune allungano il passo non appena intravedono un essere umano a distanza di chilometri, il volto coperto fino agli occhi, le mani avvolte in due sacchetti per la frutta tenuti chiusi da un elastico e una cintura di boccette di disinfettante per le mani.  Non mi piace guardarle. Mi volto e mi trovo faccia a faccia con la signora super abbronzata del terzo piano, canotta sportiva, coda biondo platino e rossetto rosso fuoco, che abbraccia le amiche lungo la strada baciandole tre volte a guancia per essere sicura di non dimenticare nessuna. Non mi piace neanche lei. Faccio per tornare sui miei passi, voglio tornare in casa, al sicuro, ma un padre di famiglia mi sfreccia accanto con la sua bicicletta verde fluo mentre la mascherina che aveva appesa a un orecchio vola via e i suoi due bimbi fanno a gara a chi la prende per primo. Non mi piacciono neanche loro. 

Non riesco più a capire: chi sono i buoni? E chi i cattivi?

Se fosse un film per bambini sarebbe facile da capire, i cattivi di solito sono vestiti di nero, di verde o di viola e i buoni di azzurro, di giallo o di rosa; ma adesso? Mia zia ha una mascherina nera e i guanti verdi. Che cosa devo pensare? 

Adesso vado a fare un giro per negozi e devo mettermi in fila indiana davanti alla porta come alle scuole elementari prima di andare nell’aula di informatica. Entro e mi viene detto di non toccare niente perché ho le mani sporche. Vedo qualcosa che mi piace, ma non lo posso comprare perché non ci sono abbastanza soldi e una vocina mi dice che bisogna risparmiare. Ma papà, io volevo la Barbie nuova!

Se voglio bere un succo e fare merenda al bar, devo fare uno strano e contorto percorso a ostacoli e, solo alla fine, se sono stata brava, potrò avere la mia ricompensa. Allora vado al parco a cercare i miei amici, ma sono tutti lontani e io sono miope, non capisco chi siano quelli là in fondo vicino allo scivolo, quindi torno a casa. Ma se invito da me un amico devo chiedere il permesso e, quando arriva, prima di poter giocare con lui devo fare i compiti: lavare le mani e disinfettare le superfici a rischio. Quando apro la porta, non lo riconosco, come dopo tre mesi di vacanze estive a casa dei nonni, il mio amico ha una faccia diversa e dei nuovi giocattoli; mi dice che deve mettere la mascherina in un posto sicuro e che io non la posso toccare. E se gli offro un gelato, mi risponde che non può rischiare di sporcarsi la maglietta e me lo fa mangiare da sola. 

Allora piango. Faccio i capricci, pesto i piedi, corro in camera mia e bagno il cuscino con tante di quelle lacrime da riempirci la piscina che la mamma non mi ha ancora fatto gonfiare in giardino, così impara a non ascoltarmi. Ma neanche lì mi lasciano in pace, vengono da me e mi dicono che sono stupida, che non capisco, che è giusto così.

Ma esattamente, che cosa è giusto? 

È giusto guardarsi tutti in cagnesco per le strade? È giusto attaccare chiunque dica (che lo dica soltanto, non che vada in giro a sputare sul primo che incontra) di sopportare a fatica queste restrizioni? È giusto insultarsi sui social per sfogare la frustrazione data da una situazione come questa? 

Ci siamo tutti dentro. Siamo tutti bambini scontenti che non possono fare altro che aspettare, aspettare che gli venga detto cosa fare, aspettare e girare, girare in tondo, perché, dopotutto, cacca il mondo. 

Diario

Me ne vado a f*****o

A volte mi sembra che non ci sia via d’uscita. 

No, non sto parlando di casa miala porta la vedo fin troppo bene, vivo in un bilocale, ho la tentazione a portata di mano a ogni ora del giorno.

Mi riferisco al fatto che in questi giorni sia quasi impossibile riuscire a pensare a qualcosa di bello, come dicevo nel mio ultimo articolo. E io vi giuro che mi sto impegnando tantissimo, le ho provate tutte.

Mi sono detta, pensa al futuro: non potrà piovere per sempre. Il che mi ha portato a un doppio sconforto. Da un lato, sì, è vero, non può piovere per sempre, anzi, non piove proprio più. Quasi ogni giorno, quando mi alzo e vado in balcone, vedo un bel sole splendente che sembra dirmi con voce suadente “Dai, vieni da me, forza, basta solo un passettino…” Il che mi porterebbe dritta dritta a schiantarmi giù nel giardino del vicino e, dati i nostri trascorsi, direi che forse è meglio evitare. Dall’altro lato, invece, vengo bombardata da post e notizie decisamente poco rassicuranti che illustrano studi sullo sviluppo della pandemia e sulle nuove restrizioni a cui dovremo abituarci almeno fino al 2022. Oppure, ancora peggio, mi ritrovo a fissare tetri commenti sulle vacanze estive a cui dovremo necessariamente dire addio, pena l’estinzione della specie. 

Ma voi lo sapete, vero, che le vacanze estive sono ciò che mi spinge ad andare avanti a partire da metà gennaio?! Una volta passate le feste natalizie si punta dritto alle vacanze estive; solo così si può sperare di superare quella massa informe di mesi inverno-primaverili che ci separano dal grande momento (meglio se intervallati da qualche weekend fuori porta intorno a marzo-aprile). 

Così ho deciso di rifugiarmi nel passato: ho arraffato l’hard disk più vicino e mi sono tuffata in un mare di cartelle piene di ricordi e di vecchie foto. Ho rivisto vecchi amici che non sento da una vita, famigliari ormai deceduti, luoghi che non potrò rivedere ancora fino al 2022… e ho capito di avere commesso un grave errore. Ho lasciato perdere gli archivi e mi sono concentrata su un unico momento del mio passato, uno particolarmente bello e importante per me, e ho cercato di visualizzarmi ancora lì, felice come lo ero allora. Ho cominciato a desiderare con tutta me stessa di essere in quel luogo, quattro anni fa, di tornare a quel preciso istante della mia vita… e mi sono resa conto con orrore che, se tornassi indietro nel tempo, sarei costretta a rivivere tutto questo, un giorno! 

Lo so, non è stata un’idea brillante, ma valeva la pena provare. Nonostante la sconfitta, non mi sono data per vinta. Ho fatto un bel respiro e mi sono detta: “Pensa positivo!”. E nella mia mente ha preso forma l’immagine di un tampone positivo al virus.

Ecco perché adesso sono qui. Scrivere è la cosa che preferisco fare in assoluto, soprattutto quando non mi sento bene con me stessa; lo trovo terapeutico. Questa sera avevo un unico obiettivo: mettermi al PC e buttare giù due righe per evadere, almeno per un momento, dalla realtà che mi circonda. Mi sono aggirata nei meandri della mia mente alla ricerca di un argomento diverso, ho vagato tra i ricordi e mi sono presa persino un attimo per bighellonare tra i sogni (perlopiù incubi) che ho fatto in queste ultime notti, ma senza risultato. 

E ora, mentre rileggo quello che ho appena scritto, mi rendo conto di aver fallito miseramente.

Signori, io per stasera ho chiuso.

Me ne vado a f*****o.

Diario

Quella maledetta crostatina all’albicocca

Quella maledetta crostatina all’albicocca.

Sapevo che non avrei dovuto mangiarla, eppure non ho saputo trattenermi. Così adesso me ne sto qua a poche ore dalla cena, con il peso sullo stomaco e il senso di colpa che avanza.

Capita a tutti, no? Non è poi così grave. Ci ripromettiamo di fare i bravi, di resistere, di non fare proprio quella cosa lì, ma alla fine cediamo. Come quando usciamo con quell’amica che non vedevamo da tempo e la prima cosa che facciamo è chiederle se abbia messo su peso. Come quando andiamo alla cena di Natale coi parenti e rubiamo il posto a capotavola per non doverci sorbire il resoconto dell’ultimo torneo di briscola del nonno. O come quando prendiamo appuntamento dal dentista per una pulizia e abbiamo i denti così sensibili che disdiciamo cinque minuti prima di andare. Per sei volte di fila. 

Insomma, diciamocelo, in certi momenti la nostra forza di volontà vacilla e noi ci ritroviamo a dover fare i conti con le conseguenze delle nostre azioni, anche se in principio eravamo animati dalle migliori intenzioni. Non è colpa nostra, siamo umani e non possiamo pretendere di essere sempre perfetti.

Farsi un piccolo sconto ogni tanto è del tutto normale, anzi, oserei dire che è salutare.

Basterà non colpevolizzarsi troppo e scovare quel barattolo di bicarbonato effervescente che è finito in fondo alla credenza.

Maledetta crostatina all’albicocca. 

Recensioni

“Ci vediamo domani se non piove” di Joanne Bonny – Recensione

Ma dai, che sarà mai organizzare una mostra di un artista ucraino sconosciuto che ritrae solo animali spappolati? In fondo sei la direttrice della nuova galleria di arte contemporanea in Brera a Milano e questa mostra sarà solo… determinante! Non è facile addormentarsi quando i pensieri si scontrano e rimbalzano come tante palline di un flipper, e la testa di Sara sta letteralmente andando in tilt. E come se non bastasse l’ansia da inaugurazione, ci si è messa anche sua madre, che vuole trovarle un fidanzato… Proprio a lei, che sogna l’amore quello vero, romantico, con la A maiuscola, quello che capita una volta sola nella vita. Se e quando, però, non è dato saperlo… La sera dell’inaugurazione è arrivata e Sara non deve distrarsi se vuole che tutto vada per il verso giusto… ma chi è quel tipo che sta denigrando senza mezzi termini le opere esposte facendo ridere tutti? No, no, Sara, non è così che doveva andare…

“Ci vediamo domani se non piove” è il secondo romanzo di Joanne Bonny pubblicato dalla Newton Compton Editori, un romance in pena regola che vuole far sognare e recuperare fiducia nel destino. La nostra eroina è Sara, una spilungona bionda di trent’anni, una vera e propria valchiria, che crede ancora nell’amore vero e che sogna di poter vivere un giorno la stessa favola che ha visto protagonisti la sua incredibile nonna materna, Milly, ex stella del vaudeville, e il nonno Steve, suo inseparabile compagno di ballo. Durante una serata fuori con Renata, amica e collega, Sara incontra per caso Diego, il bello ma stronzo che, dopo due righe, sappiamo già essere l’indiscusso protagonista maschile della storia. 

Personalmente, da appassionata del genere chick-lit e della letteratura rosa in generale, devo ammettere con rammarico di non essere rimasta particolarmente colpita da questo libro. La narrazione è scorrevole, certamente è un romanzo che si può leggere senza grosse difficoltà anche la sera prima di andare a dormire, ma la trama è fin troppo scarna e scontata. I personaggi della storia, fatta eccezione per i due protagonisti, vengono presentati in modo superficiale, e, nonostante il passato della sua famiglia rivesta una grande importanza nella vita di Sara, troviamo pochissimi momenti di intimità e confronto tra la protagonista e la madre. Largo spazio è dedicato, invece, agli interminabili battibecchi tra i due piccioncini che, caso vuole, non si accorgono del loro amore reciproco fino a pochi capitoli dalla fine e dalle inutili elucubrazioni della protagonista che sembra voler spiegare a tutti i costi quello che il lettore ha già perfettamente capito grazie al resto della trama. Come se non bastasse, a un passo dal lieto fine, il brodo viene inutilmente allungato a causa dei tentennamenti di Sara che si appoggia all’unico ostacolo della storia, dal sapore sicuramente romantico, ma troppo debole per stare in piedi. 

Nota positiva è la presenza della danza, elemento determinante, che accompagnerà i protagonisti fino alla fine, ma i riferimenti al mondo dorato di Fred Astaire e Ginger Rogers, se all’inizio danno quel tocco vintage in più, a lungo andare iniziano a stufare. 

Ciliegina sulla torta, se da un lato troviamo un protagonista maschile forte, un Rhett Butler 2.0 in piena regola, scontato, ma ancora capace di far sognare, e che nel corso degli eventi ha una sua crescita e una sua evoluzione, dall’altro troviamo, invece, Sara, una donna testarda e dalla parlantina vivace, che, purtroppo, risulta antipatica dall’inizio alla fine, senza possibilità di redenzione, almeno per quanto mi riguarda.

In definitiva, “Ci vediamo domani se non piove”, è una commedia romantica messa nero su bianco, consigliata a chiunque abbia voglia di un po’ di romanticismo facile e dal gusto rétro, ma che sconsiglio vivamente a chi, come me, preferisce la verve e il tocco comico di autrici come Sophie Kinsella (“I love shopping”) e Chiara Moscardelli (“Volevo essere una gatta morta”). 

Diario

Oh no, ci risiamo.

Oh no, ci risiamo.

Vi do ufficialmente il benvenuto sul mio primo blog!

Secondo. 

E va bene, terzo. 

Due anni fa si è concluso l’eterno tira e molla tra me e il mio ex fidanzato e così anche la mia prima ed entusiasmante avventura di blogger (collaboravamo al progetto: io scrivevo, lui si dilettava con la fotografia.)

Prima di tutto va detto che ciò che mi contraddistingue da sempre sono la passione per la scrittura e una spiccata tendenza a drammatizzare in qualsiasi situazione. Ora, dovete sapere che quel rammollito del mio ex non mi ha nemmeno dato la soddisfazione di chiudere una storia di otto anni con la scenata che avevo sempre sognato, magari nel parcheggio sotto casa, di notte, coi vicini che incitano alla rissa e il mio migliore amico che mi accoglie in lacrime tra le sue braccia chiedendomi di sposarlo ora che sono finalmente libera. Così ho deciso di soddisfare il mio bisogno di dramma cancellando il mio vecchio dominio con un semplice clic, un po’ come ha fatto lui quando ha inviato il messaggio in cui mi diceva che tra noi era finita. Un gesto tanto innocuo da passare inosservato ai più, quanto devastante per la mia autostima al punto da scatenare una crisi esistenziale e una dipendenza da dolcetti al cocco dell’Ikea, gli unici dessert senza lattosio capaci di colmare il vuoto lasciato dalla cosa più preziosa che avessi: il mio blog. (No, non il mio ex. Lui non ha mai accettato la mia relazione con il foglio di carta; la definiva una cosa sporca. Maledetto inchiostro che non viene via dalle mani neanche dopo trenta lavaggi). 

Ed ora eccoci qua, a pochi anni di distanza, a zompettare con i polpastrelli sulla tastiera del pc cercando di non farmi sentire dalla parte più timorosa di me. Da quella prima esperienza di blogger e dai successivi tentativi ho imparato molto e adesso sono pronta a buttarmi. Non voglio più starmene buona e zitta in un angolino senza farmi sentire da nessuno vivendo nel terrore di commettere gli stessi errori di un tempo.

Voglio farne di nuovi.