Diario

Giro girotondo, cacca il mondo

Comincio a pensare che in quella lontana sera d’estate, quando ho ripetuto e storpiato senza sosta la famosa canzoncina per bambini instillando nella mia già troppo apprensiva madre l’atroce dubbio di una dislessia tardiva in sua figlia, non mi stessi solamente dilettando in un innocente gioco tritura-timpani, ma che stessi per profetizzare quello che avrei detto un bel giorno di maggio, diversi anni dopo, aprendo la porta di casa per andare a godermi un po’ di sana vita sociale: che mondo di merda! 

Eh sì. Siamo in piena fase 2 e già non sappiamo che farcene delle parziali riaperture dei locali e delle chilometriche file per comprare due librerie Billy e un pacco di tovaglioli all’Ikea. 

Lungi da me dire cosa sia giusto e cosa no, ma concedetemi un piccolo sfogo personale. 

É come se all’improvviso fossi tornata bambina.  

Esco di casa per una passeggiata all’aria aperta, parto con le mie scarpe da ginnastica colorate e il mio zainetto pieno di caramelle, acqua, due o tre felpe e una sciarpa (perché la mamma ci ha insegnato che se sudi e prendi freddo, ti ammali) e vedo attorno a me persone che non conosco. Alcune allungano il passo non appena intravedono un essere umano a distanza di chilometri, il volto coperto fino agli occhi, le mani avvolte in due sacchetti per la frutta tenuti chiusi da un elastico e una cintura di boccette di disinfettante per le mani.  Non mi piace guardarle. Mi volto e mi trovo faccia a faccia con la signora super abbronzata del terzo piano, canotta sportiva, coda biondo platino e rossetto rosso fuoco, che abbraccia le amiche lungo la strada baciandole tre volte a guancia per essere sicura di non dimenticare nessuna. Non mi piace neanche lei. Faccio per tornare sui miei passi, voglio tornare in casa, al sicuro, ma un padre di famiglia mi sfreccia accanto con la sua bicicletta verde fluo mentre la mascherina che aveva appesa a un orecchio vola via e i suoi due bimbi fanno a gara a chi la prende per primo. Non mi piacciono neanche loro. 

Non riesco più a capire: chi sono i buoni? E chi i cattivi?

Se fosse un film per bambini sarebbe facile da capire, i cattivi di solito sono vestiti di nero, di verde o di viola e i buoni di azzurro, di giallo o di rosa; ma adesso? Mia zia ha una mascherina nera e i guanti verdi. Che cosa devo pensare? 

Adesso vado a fare un giro per negozi e devo mettermi in fila indiana davanti alla porta come alle scuole elementari prima di andare nell’aula di informatica. Entro e mi viene detto di non toccare niente perché ho le mani sporche. Vedo qualcosa che mi piace, ma non lo posso comprare perché non ci sono abbastanza soldi e una vocina mi dice che bisogna risparmiare. Ma papà, io volevo la Barbie nuova!

Se voglio bere un succo e fare merenda al bar, devo fare uno strano e contorto percorso a ostacoli e, solo alla fine, se sono stata brava, potrò avere la mia ricompensa. Allora vado al parco a cercare i miei amici, ma sono tutti lontani e io sono miope, non capisco chi siano quelli là in fondo vicino allo scivolo, quindi torno a casa. Ma se invito da me un amico devo chiedere il permesso e, quando arriva, prima di poter giocare con lui devo fare i compiti: lavare le mani e disinfettare le superfici a rischio. Quando apro la porta, non lo riconosco, come dopo tre mesi di vacanze estive a casa dei nonni, il mio amico ha una faccia diversa e dei nuovi giocattoli; mi dice che deve mettere la mascherina in un posto sicuro e che io non la posso toccare. E se gli offro un gelato, mi risponde che non può rischiare di sporcarsi la maglietta e me lo fa mangiare da sola. 

Allora piango. Faccio i capricci, pesto i piedi, corro in camera mia e bagno il cuscino con tante di quelle lacrime da riempirci la piscina che la mamma non mi ha ancora fatto gonfiare in giardino, così impara a non ascoltarmi. Ma neanche lì mi lasciano in pace, vengono da me e mi dicono che sono stupida, che non capisco, che è giusto così.

Ma esattamente, che cosa è giusto? 

È giusto guardarsi tutti in cagnesco per le strade? È giusto attaccare chiunque dica (che lo dica soltanto, non che vada in giro a sputare sul primo che incontra) di sopportare a fatica queste restrizioni? È giusto insultarsi sui social per sfogare la frustrazione data da una situazione come questa? 

Ci siamo tutti dentro. Siamo tutti bambini scontenti che non possono fare altro che aspettare, aspettare che gli venga detto cosa fare, aspettare e girare, girare in tondo, perché, dopotutto, cacca il mondo. 

Diario

È soltanto una fase

“È soltanto una fase” dicevano i miei genitori quando ho iniziato a non dare ascolto a nessuno e a farmi travolgere dai primi sintomi dell’adolescenza.

“È soltanto una fase” ripetevano, quando passavo interi pomeriggi al telefono con le amiche a parlare di quale smalto per unghie fosse più indicato per l’interrogazione di inglese del giorno successivo o a scegliere con quale dei nostri tre compagni di classe avrei preferito passare due ore chiusa nel bagno delle ragazze (spoiler: nessuno. Non ci si iscrive al Liceo Linguistico, una scuola al 90% femminile, se si hanno grandi mire sui ragazzi). “È soltanto una fase” sottolineavano, quando uscivo vestita completamente di nero per affermare la mia fede nel punk e passavo le mie giornate con le cuffie conficcate nelle orecchie e lo sguardo perso nel vuoto.

Così come, anni dopo, ho sentito dire alle mie amiche quando ho trovato l’amore (o così credevo) e io, io che amo il mare probabilmente da prima che nascessi, ho iniziato a passare i miei weekend in un paesino sperduto di montagna, ho smesso di farmi i colpi di sole e ho iniziato a interessarmi di politica: “Non ti preoccupare, tesoro, è soltanto una fase”.

La stessa cosa che mi sono detta io in tempi decisamente più recenti dopo aver comprato ventidue pacchi di Oro Saiwa convinta di aver trovato la colazione della vita e averne lasciati scadere più della metà nella credenza. O come quando ho deciso di tingermi di rosa i capelli appena prima di partire per il mare e ho passato le vacanze con i capelli di un allegro color verde stinto. O ancora, quando ho pensato di dedicarmi al giardinaggio e ho svaligiato mezzo Viridea prima di scoprire di non avere il pollice verde, anzi, lo definirei più come “Il pollice della morte“. Insomma.. per fortuna è sempre stata soltanto una fase.

E adesso?

Adesso che avrei voglia di stare a sentire le ramanzine dei miei genitori per ore, adesso che mi fionderei sulla cima più alta di una montagna per poter prendere una boccata d’aria, adesso che mi farei i capelli color topo morto se solo ci fosse un parrucchiere aperto… adesso mi dite che è solo una fase? 

E va bene. Purché sia breve. Proprio come quella volta in cui ho deciso di smettere di scrivere articoli sulla situazione in cui ci troviamo. Come? Non ve ne siete neanche accorti?

Appunto.