Diario

So much for my happy ending

Vi è mai capitato di sentirvi bloccati? Come se ci fosse qualcosa che vi impedisce di muovervi come vorreste, sia fisicamente, sia emotivamente. Come in quegli incubi in cui provate a correre, ma, nonostante tutti i vostri sforzi, non ci riuscite.

Ecco, a volte mi capita di sentirmi così e mi sembra quasi di avere una sorta di tappo sulla testa che mi spinge verso il basso. Mi sento come uno spumante a Capodanno, dimenticato sull’ultimo ripiano del frigorifero in attesa di essere stappato per il brindisi di mezzanotte, mentre tutti sono fuori a vedere i fuochi d’artificio. Non è una bella sensazione; e non mi riferisco solo al Capodanno, che è già piuttosto fastidioso di per sé senza che ci si mettano pure i brindisi mancati, parlo proprio di  interi periodi in cui mi sento totalmente incapace di prendere una direzione e seguirla fino in fondo. 

Confusi? Io sì. 

Ultimamente, oltre ad essere bloccata, mi sento anche particolarmente distratta. Faccio fatica a concentrarmi e mi capita di interrompermi nel bel mezzo di un’attività. La mia soglia dell’attenzione si è abbassata così tanto da non raggiungere i centimetri necessari per fare un giro sul Bruco Mela al Luna Park. Che nostalgia del Luna Park! A giugno ero solita organizzare una serata sulle giostre qui nella mia città, ma date le restrizioni di quest’ultimo periodo non mi è stato possibile. Che poi, bello questo periodo, eh? Passeggiamo per le strade con l’obbligo di portare la mascherina, ma se si mangia qualcosa si può stare tranquillamente senza: quindi, se la mia amica mangia un gelato può respirare liberamente, mentre io boccheggio accanto a lei per le vie del centro. E poi una non deve sentirsi confusa. Se mi siedo in un bar in piazza devo stare a un metro di distanza dagli altri tavoli, ma quello che passeggia per la strada con la fidanzata può sfiorarmi il gomito e farmi rovesciare il mio preziosissimo Crodino sulla gonna come se niente fosse. Passi per la gonna, ma il Crodino è talmente poco che ogni goccia è preziosa. Me lo dite perché devono venderlo in bottiglie così piccole? Se stesse a me decidere, darei la possibilità al cliente di scegliere la quantità desiderata per qualsiasi ordinazione. Vuoi un mini Mojito? Ecco due foglie di menta e mezzo cubetto di ghiaccio in un bicchiere da amaro. Vuoi uno shottino di tè alla pesca? Ecco una selezione di marche in commercio: Nestea, Estathè, San Benedetto. Vuoi una tanica di caffè? Prendi pure il barile che sta dietro al bancone e usalo anche come sgabello. Che problema c’è? L’unico vero problema, forse, sarebbe quello di non far fallire l’attività nel giro di un mese. Un po’ come le farfalle che vivono mediamente una trentina di giorni, fatta eccezione per alcune specie particolari. Io adoro le farfalle. Una volta, quando ero bambina, ho deciso di andare a visitare “La Casa delle Farfalle”; ero in vacanza al mare coi miei genitori e durante un pomeriggio in spiaggia ho sentito pubblicizzare questa specie di serra. Inutile dire che è stato meraviglioso! Ero in uno dei miei posti del cuore e ogni volta che ci torno ripenso a quel giorno. Dovete sapere che sono una persona molto abitudinaria, se mi affeziono a un luogo amo tornarci ogni volta che posso. Non che non ami viaggiare e scoprire posti nuovi, anzi! Tempo fa mi avevano proposto di partecipare a un viaggio all’estero, ma poi non se n’è fatto più nulla. Tipico. Lasciate che vi dica una cosa, al mondo esistono solo due tipi di persone: quelle che portano a termine qualsiasi progetto, costi quel che costi, e quelle che

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È soltanto una fase

“È soltanto una fase” dicevano i miei genitori quando ho iniziato a non dare ascolto a nessuno e a farmi travolgere dai primi sintomi dell’adolescenza.

“È soltanto una fase” ripetevano, quando passavo interi pomeriggi al telefono con le amiche a parlare di quale smalto per unghie fosse più indicato per l’interrogazione di inglese del giorno successivo o a scegliere con quale dei nostri tre compagni di classe avrei preferito passare due ore chiusa nel bagno delle ragazze (spoiler: nessuno. Non ci si iscrive al Liceo Linguistico, una scuola al 90% femminile, se si hanno grandi mire sui ragazzi). “È soltanto una fase” sottolineavano, quando uscivo vestita completamente di nero per affermare la mia fede nel punk e passavo le mie giornate con le cuffie conficcate nelle orecchie e lo sguardo perso nel vuoto.

Così come, anni dopo, ho sentito dire alle mie amiche quando ho trovato l’amore (o così credevo) e io, io che amo il mare probabilmente da prima che nascessi, ho iniziato a passare i miei weekend in un paesino sperduto di montagna, ho smesso di farmi i colpi di sole e ho iniziato a interessarmi di politica: “Non ti preoccupare, tesoro, è soltanto una fase”.

La stessa cosa che mi sono detta io in tempi decisamente più recenti dopo aver comprato ventidue pacchi di Oro Saiwa convinta di aver trovato la colazione della vita e averne lasciati scadere più della metà nella credenza. O come quando ho deciso di tingermi di rosa i capelli appena prima di partire per il mare e ho passato le vacanze con i capelli di un allegro color verde stinto. O ancora, quando ho pensato di dedicarmi al giardinaggio e ho svaligiato mezzo Viridea prima di scoprire di non avere il pollice verde, anzi, lo definirei più come “Il pollice della morte“. Insomma.. per fortuna è sempre stata soltanto una fase.

E adesso?

Adesso che avrei voglia di stare a sentire le ramanzine dei miei genitori per ore, adesso che mi fionderei sulla cima più alta di una montagna per poter prendere una boccata d’aria, adesso che mi farei i capelli color topo morto se solo ci fosse un parrucchiere aperto… adesso mi dite che è solo una fase? 

E va bene. Purché sia breve. Proprio come quella volta in cui ho deciso di smettere di scrivere articoli sulla situazione in cui ci troviamo. Come? Non ve ne siete neanche accorti?

Appunto.